La felicità di Elton John 

Voglio molto bene a Elton John. Nel senso che gli sono proprio affezionata, lo ascolto da quando ho memoria, le prime parole inglesi che ho imparato sono i testi delle sue canzoni, la sua voce è qualcosa che mi rassicura, che mi fa sentire a casa, a mio agio, qualcosa che è una parte di me, tipo parte della famiglia. 

Sapere che Elton John è felice rende molto felice anche me. Cioè sapere che lui e il suo compagno vivono felici con i loro bambini, che era il sogno della sua vita, a me fa stare bene. Mi mette davvero serenità. E ho realizzato che la felicità di Elton John dovrebbe essere la felicità di tutti, chissenefrega del modo in cui la si raggiunge o con chi, è bellissimo che le persone a cui vogliamo bene siano felici. Per i miei figli spero la stessa cosa, che siano felici, e li appoggerò in qualunque cosa (basta che sia legale) e in qualunque momento per vederli raggiungere la felicità, un po’ come è stato per Elton John.

Happy 13th birthday, Sing The Sorrow!

Il 2003 è stato un anno davvero strano per me. Un anno di grossi cambiamenti e novità, nuove cose, persone, amori, lavori. Nuova musica.
Era un periodo movimentato, nel senso mentale del termine. Io stavo cambiando e con me erano cambiate le frequentazioni, avevo intorno persone nuove, conoscevo situazioni diverse, lavoravo e vivevo di notte, mi sentivo anche io abbastanza nuova e diversa, diversa dagli altri e diversa da me. In quel periodo, grazie alle persone che avevo intorno, c’era anche un gran fermento musicale. Generi diversi, mai sentiti, tutti da scoprire. Cercavo la mia identità musicale. Ho passato in rassegna un po’ di tutto, hard rock, alternativa, death metal, metal classico, punk e post punk, elettronica, persino il brit pop. Roba interessante, che ascoltavo anche volentieri, ma niente che non mi venisse a noia dopo un paio di ascolti.
Poi un giorno su una rivista di musica rock/alternativa che compravo allora e che spesso mi serviva di ispirazione per scoprire cose nuove, ho trovato un articolo su di loro e mi hanno incuriosito da morire. Ho scaricato una loro canzone a caso per sentire il genere e guarda caso la canzone era Girl’s Not Grey. E’ stato amore alla prima nota. Ho subito comprato il cd e da quel momento gli Afi sono diventati parte della mia vita, parte di me mi viene da dire, perchè eccola qui la mia identità musicale, quella ero io, parlavano e suonavano di me, canzoni arrabbiate, che parlavano di oscurità e rinascita, di disagio e redenzione. Il tutto in una veste squisitamente e meravigliosamente dark, che in quel periodo era proprio quello in cui mi identificavo alla perfezione .
Ho sentito spesso dire “la musica mi ha salvato”, io non lo avevo mai capito prima di questo disco. E’ una cosa troppo intima e sottile per poterla spiegare, ma se a qualcuno è capitato, di essere salvato da una canzone, da un cantante, o dalla musica in generale, allora sa di cosa sto parlando.
Quella ero io allora, e gli Afi sono parte di me anche adesso. Straordinariamente, la loro musica con gli anni è cambiata, si è evoluta, ha preso pian piano una piega diversa e oggi parla ancora di me, la me di adesso. E’ cresciuta insieme a me e il dark incazzato ha lasciato il posto alla consapevolezza, alla critica, alla conoscenza di sè. Di questo canta oggi Davey, insieme a Jade, Hunter e Adam.
Ma l’amore e la passione sono iniziati 13 anni fa, l’11 marzo 2003 usciva Sing The Sorrow, e non potevo non celebrarlo proprio qui, in un luogo che si chiamava Miseria Cantare e in cui è rimasto il mio nickname per eccellenza, il nome che ho tatuato sulla mia pelle e che è molto di più che un semplice intro. Almeno per me.

“Nothing from nowhere, I’m no one at all
Radiate, recognize one silent call
As we all form one dark flame…

Love your hate, your faith lost
You are now one of us”

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