I giorni più lunghi

E’ un po’ che ho questo post in canna, ma non ero ancora pronta per scriverlo. O meglio, le occasioni ci sono state ma poi sono cambiate, tornate uguali, cambiate ancora, e poi ancora, e ..
Vabbè, ci siamo capiti. Vi avevo già parlato del terremoto, come tutti del resto. Il fatto è che speravo di poter fare un bel post a posteriori (e scusate il gioco di parole), comunque a freddo e una volta che fosse tutto passato.
Il problema però è che qui non passa mai, non siamo ancora al “dopo”, siamo ancora (o perlomeno io mi ci sento) nel “durante”.
Però vi voglio raccontare lo stesso cosa è successo, che poi in realtà più che raccontarlo a qualcuno serve a me, perchè lo voglio ricordare, al netto di tutte le migliaia di sensazioni che ha portato con sè questa cosa.
La scossa delle 4 di mattina la sapete. Seguita da tutte le altre più o meno forti durante la settimana successiva. Ci eravamo rassegnati. Era successo, era un disastro, era un enorme casino e una enorme perdita, ma ci si preparava già a ritornare nelle case, nelle fabbriche, negli uffici, nei nostri letti (chi per fortuna li aveva ancora).
Il 29 maggio alle 9 invece è arrivato il tradimento. Io ero in ufficio, al primo piano, e tutto ha iniziato, ancora, a tremare. Ha tremato per un tempo incalcolabile, durante il quale io e gli altri 4 colleghi presenti siamo rimasti seduti alle scrivanie immobili a guardarci come degli stoccafissi. Io stavo arpionando il tavolo e intanto avevo gli occhi fissi sul capannone di fronte, riuscivo a pensare qualcosa del tipo “Non crollerà mica vero?”.
Finita la scossa, a quanto pare tutti si sono riversati fuori tranne noi. Sorvolerei sulla crisi di panico che mi ha colto così, senza dirmi niente, anche perchè non ricordo molto e da quello che mi hanno raccontato i colleghi è meglio così.
Ci siamo trovati tutti nel cortile, tutti con delle facce assurde, allarmi intorno che suonavano da ogni dove, e già le prime sirene in lontananza. Tutti si sono attaccati ai telefoni, ma nessuno riusciva a chiamare. In moltissimi si sono presi e sono corsi via in macchina verso i parenti, le case, gli asili e le scuole dei figli.
Noi siamo rimasti e siamo rientrati, ma la testa non era più lì. Un po’ alla volta arrivavano le notizie tragiche dalla Bassa, e poi altre scosse (due su due mentre ero in bagno), l’officina è stata chiusa immediatamente, e i responsabili del personale sono corsi nel nostro stabilimento di Soliera, che è stato danneggiato.
Un po’ alla volta gli uffici si sono svuotati, e poi è arrivato il momento della pausa pranzo. Abbiamo deciso di andare al Grandemilia, il nostro solito centro commerciale per chi non sapesse cos’è. Ci siamo detti, dai, due passi, una pizzetta, ci rilassiamo un attimo e poi vediamo cosa fare nel pomeriggio.
Già l’atmosfera era surreale. Due negozi su tre erano chiusi. Dentro, pochissima gente e un silenzio irreale. C’era solo una piccola folla a mangiare, ci siamo andati anche noi. Ed è lì che abbiamo vissuto le due scosse delle 13 e 13 e qualcosa. Un qualcosa di terribile. Tutto intorno tremava, sotto, sopra, a fianco. La gente urlava e correva, molti si sono messi sotto i tavoli. La prima ci ha ammutolito, e con le gambe ancora tremanti abbiamo sentito la seconda. Uguale, fortissima. Abbiamo preso al volo la roba da mangiare e siamo corsi fuori, nel parcheggio, lontano.
Ci siamo seduti all’ombra e abbiamo sbocconcellato qualcosa, con lo stomaco chiuso a doppia mandata. Siamo rimasti lì fermi fino alle 2, anche se saremmo dovuti rientrare alle 13.30, come sempre. Abbiamo deciso di rinunciare, di andarcene a casa. Siamo tornati in ufficio a prendere tutte le nostre cose e ce ne siamo andati, io a casa dell’Uomo.
In giro, il mondo. Per le strade, i marciapiedi, i parchi… ovunque era pieno di gente. Mai vista una cosa così. Tutti erano fuori di casa, complice una giornata climaticamente splendida tutti erano fuori e avevano già (ri)allestito tende e bivacchi vari. Nell’aria, continuamente sirene. Sirene, sirene e ancora sirene. Ambulanze ovunque, e andavano tutte nella stessa direzione.
L’Uomo è stato chiamato dall’Avis, che richiamava i donatori abituali con una certa urgenza. Siamo andati all’Avis, quindi, in un’atmosfera sempre più surreale e con una tensione nell’aria così spessa che si tagliava.
Dopo la donazione, siamo andati a casa mia, per vedere la situazione e per prendere un po’ di cose. E poi via.
Da quel momento sono stata a casa sua fino a venerdì, dormendo sul divano con un occhio e un orecchio aperti, con i vestiti addosso, la porta finestra sul giardino aperta e lì a fianco le scarpe e la borsa. E in macchina, lo Zainetto dello Sfollato, come lo chiamo io. Uno zaino con dentro un paio di cambi e un paio di coperte, che non si sa mai.
La settimana è passata così. Lavoro, casa, divano. Eravamo insieme, per fortuna. E verso venerdì, di nuovo si faceva largo un po’ di tranquillità, un pochino, non troppa. Sono tornata a casa e ho dormito nel mio letto, ci voleva.
Nel frattempo si fa quello che fanno tutti. Si guardano le immagini, si leggono le notizie, si cerca di aiutare come si può, si ascoltano le storie degli amici che dormono in tenda nel giardino, perchè in casa non ci possono tornare (e nemmeno lo vogliono).

E poi, porca di quella puttana, domenica sera di nuovo, da capo, ancora, sempre uguale, sempre fortissima.
Solo che stavolta la reazione è stata diversa, e l’ho vista anche sulle facce di tutti quelli con cui ci siamo trovati in strada in ciabatte. Rabbia, incazzo puro. Esasperazione, ma di quella cattiva, di quella che cazzo, adesso basta.
E abbiamo ricominciato a dormire sul divano. Abbiamo ricominciato a vedere quelle immagini ai telegiornali, a sentire le scosse anche quando non ci sono, a vedere gli occhi delle persone che incontri per strada che sono diversi dal solito.
Adesso non ci fidiamo più. Siamo sempre sul chi va lá, non possiamo più fidarci. Siamo tutti incollati a Twitter e Internet per seguire l’Ingv, ogni aggiornamento, da paranoia. Le persone sono esasperate, stanche, provate. E non dico noi. Dico loro, i nostri vicini di Finale, San Felice, Cavezzo, Mirandola, Rovereto, Crevalcore, Sant’Agostino, Novi…
Per chi li sente pronunciare al tiggí o negli speciali in onda tutte le ore sono solo dei nomi, ma per noi significano qualcosa. Sono i nostri posti, la nostra provincia, a ognuno di questi posti associamo un amico, un parente, una piazza, un bar, un posto di lavoro, un ricordo. Sono un pezzettino di noi, ed é un pezzettino che ora é ferito, che sanguina. Le lacrime di quelle persone sono le nostre, la loro voglia di rialzarsi é la nostra, le loro case cadute sono le nostre, questi siamo noi. Ecco com’é la questione adesso.
Ecco come sono andati questi giorni, non so se qualcuno ve lo aveva già raccontato, comunque questo é quello che succede qui. La mia versione almeno.
Coraggio Emilia, coraggio.