Tapiro

Questa storia inizia nel lontano 2013, in tempi in cui io e l’ingegnere eravamo ancora una (più o meno) giovane coppia non convivente, e ci siamo accorti di essere grassi. Il dietologo vecchio e bacucco di cui sono stata paziente per un po’ era stato chiaro, ok la dieta ma la cosa fondamentale era camminare, muoversi. Camminavo spesso in effetti, la sera, la mattina, poi abbiamo deciso con l’arrivo del freddo di provare ad iscriverci in palestra, nonostante l’odio profondo che tutti e due avevamo per quel posto ma ehi dai, magari insieme va meglio. Non è stato così, nonostante fosse la palestra più informale e tranquilla del mondo, sta cosa di andare in un luogo pubblico in mezzo a gente sudata (e farci pure la doccia insieme) solo per una mezz’ora di tapis roulant non ha (ovviamente) funzionato per più di due mesi. Così abbiamo deciso di investire in un tapis roulant semi semi professionale da avere in casa, da qui in avanti chiamato in amicizia tapiro. E quello ha funzionato, eccome. Io ho iniziato a camminare regolarmente e un bel giorno ho deciso di provare anche a correre, cosa che non facevo circa dal 1998.

Nonostante sia stata una delle vergogne più indimenticabili della mia vita, lo racconto sempre a tutti: mi son detta ok, ora inizio a correre e poi vediamo quanto resisto, tengo duro fino a che non muoio. Così ho fatto, dopo un po’ mi sono trovata totalmente senza fiato, con la lingua alle caviglie e il cuore che stava per esplodere. Ho guardato il cronometro per vedere quanto avevo resistito: quaranta secondi. Già. QUA RAN TA. Secondi.

Siccome questa cosa era seriamente inaccettabile anche per me, ho preso la questione di petto e mi ci sono impegnata non poco, e dopo qualche settimana sono arrivata a correre fino a venti minuti. Dopodichè la mia misera avventura come runner è stata archiviata, anche e soprattutto a causa di eventi collaterali tipo gravidanza gemellare e conseguenti gemelli bisognosi di una stanza, stanza che fino a quel momento era appartenuta in esclusiva al buon tapiro che quindi è stato suo malgrado traslocato in mansarda.

Veniamo ai giorni nostri. Da qualche mese il tapiro, dormiente da quel paio di anni, è tornato a nuova vita. A settembre infatti la sottoscritta ha deciso di sottoporsi a un drastico quanto necessario cambio di stile di vita e in questo, ancora una volta, l’attività fisica era diventato un punto non sindacabile così come nel 2013. E così sia, rispolveriamo l’amico tapiro. Nel vero senso della parola. Con l’ingegnere lo abbiamo ripulito, oliato e testato. Dallo scorso settembre ho ripreso prima a camminare, poi a fare un po’ di salita, e dopodichè anche a correre. Non dico che eravamo di nuovo ai livelli dei quaranta secondi, però non è che la situazione fosse di molto migliore. E così, ancora una volta, ho preso in pugno la cosa e mi ci sono messa seriamente.
Forse pure troppo.

Correre è bellissimo porca pupazza. Con i dovuti “se” e “ma”. Del tipo che adesso è bellissimo. Non è bellissimo per un cavolo i primi due mesi, ma proprio neanche un po’. E’ una fatica disumana, è il tuo corpo che ti dice “oh ma che minchia stai facendo??”, sono le tue gambe che non ti tengono su, sono muscoli che nemmeno sapevi di avere che iniziano a fare male tutti insieme, per giorni interi per giunta, è il tuo cuore che ti scoppia nel petto ed è l’aria che vorresti per respirare e che non arriva mai, è quella fitta merdosa al fegato che se tutto va bene ti piega solo in due, ma se va male ti impedisce pure di respirare.
E poi cambia. A un certo punto le gambe non fanno più (tanto) male, succede che il cuore non ti abbandona più ma tiene il passo, succede che l’aria finalmente arriva ed è sufficiente persino per non sentire più la fatica, persino per gestire respirando profondamente quella maledetta fitta al fianco che finalmente diminuisce fino a sparire. Succede che a un certo punto tu corri e non è più una tortura, succede che il tuo corpo fa quello che gli chiedi, e addirittura a volte fa anche di più. E a quel punto senti solo il bello delle endorfine che ti girano in corpo, aumenti un po’ la velocità e metti nelle orecchie la musica giusta, che ti carica ancora di più, e guardi quanto tempo hai corso perchè accipicchia, non mi sembra neanche dieci minuti che ho iniziato e invece di minuti ne sono già passati quasi sessanta.
Poi può anche succedere che il fedele tapiro non regga lui il tuo passo, stavolta, e invada la mansarda con una puzza di strinato che ti costringe a correre (appunto) ad aprire la porta e la finestra per non soffocare, può capitare che il motore arrivi a una temperatura molto-troppo vicina alla fusione e a quel punto, insomma, è meglio smettere, anche se tu magari avresti pure continuato.

Ma correre, con tutti i “se” e tutti i “ma” del caso, è bellissimo davvero.
E se ve lo dico io, cicciona, pigrona, che è da una vita che mi chiedo chi cavolo glielo fa fare a quei poveretti di correre nei parchi la mattina all’alba, vi giuro che un pochino ci potete credere.

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